E-Democracy

Che cos'è l'e-democracy e che rapporti ha con l'open government

E-government ed e-democracy sono cose diverse. Tuttavia, i due termini hanno una storia comune di cui non è possibile non tenere conto.

L’e-government riguarda le funzioni amministrative e di governo delle pubbliche amministrazioni e delle istituzioni; tali funzioni sono rese più efficienti e potenzialmente trasparenti attraverso l’adozione di tecnologie digitali e, segnatamente, di Internet (la cui governance diventa quindi un fattore strategico per il funzionamento democratico del sistema). In ambito statunitense, alcuni studiosi usano anche il termine e-governance per indicare il processo di informatizzazione della Pubblica Amministrazione e dei suoi rapporti coi cittadini, con particolare attenzione alla razionalizzazione di processi e servizi. Di fatto e-governance e e-government, pur essendo a rigore concettualmente diverse, nelle pratiche consolidate possono essere sovrapposte.

L’e-democracy invece raccoglie tutti gli strumenti di “democrazia digitale”, comprese le pratiche deliberative e le forme di i-voting. Anche fra e-government e e-democracy si opera spesso una sovrapposizione semantica.

In effetti la sovrapposizione semantica fra e-government e e-democracy, pur essendo diffusa e fuorviante, presenta alcune cause storiche. Il dibattito scientifico e politico sui due concetti, infatti, si sviluppa quasi in contemporanea, spesso intrecciandosi. Il documento Government Direct prodotto dal governo britannico (conservatore) nel 1996, esaltava le potenzialità del “governo elettronico”, capace – si diceva – di ridurre i costi e rendere più efficiente il flusso comunicativo (cioè l’ossatura strutturale) dell’azione di governo e dei processi decisionali. Qualche anno prima erano stati gli americani a ipotizzare – in maniera meno strutturata – la necessità dell’adozione di nuove tecnologie comunicative per favorire lo sviluppo di un’azione di governo più efficiente. Nei documenti di quegli anni, è evidente la sovrapposizione concettuale fra “efficienza” dei processi decisionali e “incremento della partecipazione” (un legame di causalità, in realtà, tutt’altro che dimostrabile). Nonostante sia concettualmente meglio definito, tuttavia anche il documento del 2002 dell’Unione Europea (eEurope 2005 Action Plan) non risolve l’ambivalenza dei termini e dei concetti. In pratica, quindi, i concetti di e-government e di e-democracy presentano un’inestricabile storia comune. (…)

L’e-democracy potrebbe costituire uno strumento importante per l’incremento delle occasioni di espressione e mobilitazione sia per i gruppi sociali a più alta rappresentanza politica sia per le minoranze e i gruppi di opposizione più attivi.

da: De Blasio, E. (2014) Democrazia digitale. Una piccola introduzione. Roma: LUISS University Press.

L’e-democracy può contribuire ad aumentare il livello di partecipazione delle democrazie rappresentative?

In sostanza, l’e-democracy consente il passaggio da una democrazia ‘intermittente’ e a ‘bassa intensità’, in cui la partecipazione politica si concretizza e si esaurisce solo nel momento elettorale, a una democrazia partecipata e capace di impegnare i cittadini. Bisogna ancora aggiungere che mentre l’e-democracy (o democrazia digitale) fornisce canali di comunicazione, scambio e partecipazione a soggetti che si attivano in modo volontario e spontaneo, l’e-government fornisce invece input specifici secondo una logica top-down, promossi dalle Amministrazioni e funzionali all’ottimizzazione delle attività di “cittadinanza”. Una buona applicazione delle forme di e-government può costituire un punto di partenza necessario per implementare e promuovere forme di democrazia digitale; al tempo stesso, tuttavia, i due processi sono molto diversi. L’e-government è un processo che va dall’alto (lo Stato, le istituzioni, le pubbliche amministrazioni) al basso (i cittadini); l’e-governance è un processo in parte verticale (nelle due direzioni top-down  e bottom-up) e in parte orizzontale (nelle logiche di discussione sulle public policies) […] l’e-democracy, infine, è un processo orizzontale che dovrebbe favorire l’adozione di forme di deliberazione e partecipazione

da: Sorice, M. (2014) Media e democrazia. Roma: Carocci.

Naturalmente, non è scontato che questo accada, per una serie di ragioni, non ultima la questione del controllo sulla rete e le dinamiche della sua stessa governance.

L’importanza della governance di Internet

A proposito di tale aspetto, Santaniello e Amoretti (2013, 372) osservano che «il cyberspace è diventato un’altra arena di lotta per il potere economico e politico. In questo contesto, i governi sono sempre stati determinati a rivendicare la giurisdizione sulla rete (Lessig, 1999; Resnick, 1997). Per quanto riguarda l’inclusione, invece, questa si riferisce alla diffusione di Internet fra la popolazione e alle interazioni tra stato e cittadino attraverso le tecnologie di rete. Per quanto riguarda quest’aspetto, alcuni regimi cercano di limitare il numero di persone che possono accedere a Internet e che quindi possono interagire con le agenzie governative. Altri, al contrario, promuovono una forte interconnessione con la popolazione attiva». Molto opportunamente, Mauro Santaniello e Francesco Amoretti parlano di regimi elettronici, non sempre sovrapponibili alla democrazia digitale; e, d’altra parte, non è infrequente – anche da parte di studiosi e cyberattivisti – la posticcia sovrapposizione fra democrazia diretta (digitale) e democrazia digitale tout court, dove spesso la prima è esente da possibili forme di controllo e manipolazione, interne ed esterne alle piattaforme partecipative.

Andrew Chadwick (2004, 448) mette in mostra quelle che egli ritiene essere le due linee fondamentali della e-democracy: a) da una parte, essa consentirebbe l’implementazione dei processi di governo e di consultazione popolare (e quindi si sostanzierebbe anche di forme che sono tipicamente quelle dell’e-government); b) dall’altra parte, essa troverebbe il suo luogo ideale di realizzazione nelle pratiche deliberative. Quest’ultimo aspetto, in effetti, è quello qualificante.

da: De Blasio, E. (2014) Democrazia digitale. Una piccola introduzione. Roma: LUISS University Press.

I tre periodi della democrazia elettronica

Vedel, T. (2006)  The Idea of Electronic Democracy: Origins, Visions and Questions. Parliamentary Affairs, p. 2 [doi: 10.1093/pa/gsl005] Thierry Vedel

SciencesPo, Paris

De Blasio, E. (2014) Democrazia digitale. Una piccola introduzione. Roma: LUISS University Press

Le tre differenti “visioni” della e-democracy ne accompagnano in parte le fasi storiche di sviluppo. I cyber-ottimisti enfatizzano in particolare gli aspetti positivi (la colonna centrale della tabella); tuttavia, la gran parte delle ricerche e degli studi ci spinge a dover considerare anche le problematicità (terza colonna della tabella).

La necessità di un fortissimo incremento delle dinamiche informative e conoscitive si scontra con le legislazioni degli Stati (e non solo di quelli totalitari) e spesso con gli interessi commerciali soggiacenti al controllo dei dati degli utenti/cittadini. A ciò si aggiunge la necessità di avere una cittadinanza molto consapevole, interessata e attenta al bene pubblico; sebbene questo sia sicuramente un obiettivo da raggiungere (e la formazione può fare molto in tal senso) non è tuttavia una situazione facilmente riscontrabile nel mondo e richiede comunque tempi lunghi e sforzi condivisi per giungere a una situazione ottimale. Lo stesso tema della trasparenza costituisce una sorta di “mito” di cui si ignora la dimensione bifronte: se, infatti, la trasparenza della macchina statale garantisce maggiori diritti ai cittadini, essa può essere anche usata in direzione opposta, come modalità di controllo dei cittadini stessi. La trasparenza, in altre parole, deve essere accompagnata a misure realistiche ed efficaci, di tipo legislativo, affinché essa non diventi il cavallo di Troia per una sostanziale riduzione dei diritti individuali.

L’asse della discussione rischia di limitare il processo democratico al dibattito, allo scontro online e alla libera espressione di emozioni. In realtà, il dibattito “deliberativo” ha bisogno di codici condivisi, di regole formalizzate e finanche di metodi di approccio ai problemi e alle public policies. Il semplice “dibattito” – aspetto comunque importante in qualunque processo democratico – non esaurisce le pratiche di democrazia partecipativa e, soprattutto, non consente di attivare forme concrete di “decisione”.

L’asse della decisione rappresenta un tipico snodo problematico: esso, infatti, evidenzia da una parte le potenzialità partecipative delle tecnologie, dall’altra mette in luce come i soggetti effettivamente partecipanti costituiscano comunque una minoranza. Questa seconda considerazione mette in luce uno degli equivoci ancora presenti nel dibattito sulla democrazia digitale: si ritiene, infatti, che la rete permetta la partecipazione “facilitata” di numeri sempre maggiori di soggetti all’interno del paradigma della democrazia diretta.  In realtà, però, le tecnologie non risolvono la questione della partecipazione di massa e, d’altra parte, si ripropone lo stesso problema che affligge la democrazia rappresentativa: il modello dominante (anche nelle logiche della democrazia diretta) resta quello della concezione elitaria borghese della partecipazione politica. La questione centrale, quindi, non risiede nell’incremento dei numeri dei partecipanti ma, semmai, nello sviluppo di una partecipazione ampia e consapevole, informata e protagonista nei processi di decision making. Il ricorso all’e-voting, in realtà, non risolve il problema ma semplicemente lo trasferisce su una piattaforma tecnologica.

Emiliana De Blasio

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